Ravenna, il mare e tu

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C’era una volta il mare Adriatico. Quello in cui da bambino mi tuffavo. Andavo alla ricerca dei granchi. Da questi però, appena li vedevo correre sul bagnasciuga, scappavo a gambe levate. Morsicavano! Eppoi, la mattina si trovavano sulla spiaggia mille cose. Vive. morte. O un po’ così. C’erano le vongoline, le pavarazze. C’erano i granchi, appunto. Ma c’erano anche le meduse morte, spiaggiate dalla mareggiata notturna. Eppoi, nella prima sabbia, guardando attentamente, potevo scorgere i cannolicchi, che facevano la loro comparsa con dei piccoli buchi sul fondo sabbioso. Sugli scogli artificiali, al limitare della zona controllata dai bagnini, un ammasso nerastro. Erano le cozze, che si erano attaccate. Famiglia numerosa, quella delle cozze. Ce n’era sempre una più grande, poi delle medie e infine tantissime di piccine. Attorno ai moli, nei porti turistici della zona adriatica, potevo osservare tanti pesci. I paganelli, i sardoni, e altri che non conoscevo, ma che facevano tanto mare. E a Rimini, se ricordo bene, c’era lei. La cosa più bella che io possa ricordare della mia prima infanzia. Era l’altalena della Cinzano. Piantata in acqua, era frequentatissima da persone di tutte l’età. E io, che sono sempre stato timido, mi limitavo ad andare vicino. Sognavo proprio di salirci sopra!

Eppoi, ancora, i mille animali veri o presunti. Ho ancora una mia foto in cui, forse 1 o 2 anni, starnazzo a tutta voce in braccio a un grizzly! Un uomo travestito da orso che mi ha preso in braccio per una foto, immagino tra le risate degli astanti. Eppoi i tigrotti veri, poveri loro. Presi alla giungla e portati alla riviera romagnola. In mano ai fotografi, diventavano attrazioni con cui far fare le foto ai pargoli, mentre i genitori sborsavano la pecunia. Idem per la scimmietta.

Eppoi, sulla riva dell’Adriatico c’era una cosa che si crede normale, ma che oggi diventa sempre più rara: la sabbia. Ora, le spiagge sabbiose sono erose dal mare che cresce o da mareggiate invernali furibonde. Allora, le spiagge c’erano ed erano profonde. Dal bagnasciuga alla strada: una corsa di 100 metri. Una corsa scalzi sulla sabbia infuocata a inseguire il proprio fratello (o a scappargli). E mentre la mamma sonnecchiava al sole, pigra come una lucertola, noi facevamo le sabbiature. «Prima io a te, che sono il più grande». Con il secchiello e la paletta ci coprivamo a vicenda di sabbia fino al collo. Era un caldo infernale, ma bisognava sopportare. Eppoi c’erano i buchi. Profondi. Infiniti. Che portavano verso la Cina. Buchi che però si riempivano presto di acqua. E questo era una grande scoperta: «Qui sotto c’è l’acqua!», urlavo a squarciagola.

Ma la riviera era anche quello che c’era fuori dalle spiagge. Le edicole con i pacchi di fumetti provenienti dai magazzini di stoccaggio: prendi 3 paghi 1. E un aggetto che ho sempre voluto, che mi hanno comprato e che regolarmente andava perduto. Una specie di missile a fionda, che – una volta lanciato – sarebbe dovuto ricadere aprendosi con un paracadute. Erano gli anni della scoperta della Luna e delle missioni aerospaziali. Belli quegli anni.

Già. La riviera romagnola era tutto questo e tanto di più. Era il sinonimo delle vacanze estive per me e per milioni di figli del «baby boom». Quei bambini che giravano come forsennati con le racchette da volano (e che oggi viene chiamato, in modo più classé, badminton) alla ricerca di uno spazio in cui lanciare la piuma. Oppure con il set da bocce, regolarmente comprato al mare e poi dimenticato nei solai, nei garage o nelle cantine fino all’anno dopo. Maschere da sub, boccagli da sub, pinne da sub. Tutto da sub per nuotare con la faccia nella sabbia. Eppoi le palline di vetro, per giocare a biglie, oppure le palline di plastica semitrasparenti, con la faccia dei ciclisti. Motta, Bartali, Gimondi, Merckx…

E la riviera era anche il luogo dei primi amori. Di quelle bambine che guardavi da lontano, da ombrellone a ombrellone. Che seguivi quando andavano a fare il bagno, cercando di farti notare. Ero attratto dalle loro risate, dai loro capelli lunghi, dai loro nasi e dai loro occhi. Un fascino al quale non potevo rinunciare.

Ecco, l’Adriatico era tutto questo. Un gran circo equestre della vita dell’uomo. Ed è per questo che quando arrivo a Ravenna, in riva al suo mare, mi fermo ad annusare l’aria, a guardare lontano, sperando che qualcosa ritorni.

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