Risotto al puzzone e melograno

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Pianto Antico (di Giosuè Carducci)

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
tu fior della mia pianta
percossa e inaridita,
tu dell’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

Non so se ci sono degli estimatori del poeta tra i lettori del blog. Certo è che, preparando questo piatto, non può non venire in mente la poesia del «Pianto antico». E alzi la mano chi non l’ha imparata a memoria!

Venendo al nostro risotto, eccoci dunque a usare il formaggio puzzone, tipico della val di Fassa, insieme a questo frutto, dal gusto dolce e acidulo.

Per 2 persone, prendiamo 160 g di riso (io uso sempre il vialone nano, ma anche il carnaroli è perfetto), 90/100 g di puzzone di Moena, un quarto di melograno, mezzo bicchiere di vino bianco secco, un litro di brodo di carne leggermente salato, olio, un pezzetto di burro. Questa volta ho preferito non usare la cipolla.

Quindi, prendiamo una padella larga, scaldiamola bene, leggermente unta con dell’olio. Aggiungiamo il riso e facciamolo tostare affinché i chicchi siano ben sigillati.
Ora, finita questa operazione, aggiungiamo il mezzo bicchiere di vino e facciamolo sfumare bene. Cominciamo ad aggiungere il nostro brodo di carne, che sarà bollente e appena salato. Si aggiunge il primo mestolo, si fa asciugare, e si prosegue con un altro mestolo. Certamente non tutto insieme, perché non è riso bollito! Quando il riso, dopo circa quindici minuti, sarà cotto e il brodo consumato quasi completamente, aggiungeremo il puzzone tagliato precedentemente a dadini. Mescolando, lo faremo sciogliere. A quel punto, metteremo i semi del melograno con un po’ del suo succo, che avremo accuratamente puliti dalla membrana del frutto.
A fuoco spento, aggiungiamo il pezzetto di burro. Sciolto, possiamo servire. Una delizia!

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Per la musica, vi propongo il sito Daytrotter.  Si tratta di un progetto innovativo ed estremamente interessante. Nato mi pare nel 2007, Daytrotter ha sempre proposto gratuitamente il download di 4 o 5 brani registrati dai gruppi che – in tourneé – passavano dalle parti della sede “The Horseshack” a Rock Island, Illinois. Un paio di ore per registrare una Daytrotter session. Ora, il loro archivio di sessioni è monumentale. E continua a incrementarsi. I ragazzi di Daytrotter da qualche mese hanno scelto didiventare a pagamento. Un piccolo contributo mensile di 2 dollari – o annuale di 24 dollari – permette di diventare membri di Daytrotter e di entrare nel loro archivio, scaricare gratuitamente migliaia di brani (registrati live in esclusiva! Non li troverete da nessun’altra parte), ascoltare session di registrazione dal vivo, vedere video esclusivi… Una chicca per chiunque ami la musica.

Ordunque, che aspettate? andate su www.daytrotter.com e “become a member!”. Yeah!

Le mie tagliatelle all’uovo con i finferli

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Ma sì, è il suo momento. Che ne dite? Nei boschi qua attorno crescono abbondanti. Qualcuno è pure bravo da andare a cercarli e raccoglierli. Non faccio parte di quella schiatta. Ahimè, posso aggiungere. Non credo di avere l’occhio per scovarli tra il muschio e il sottobosco. Non ho nemmeno la pazienza e la voglia di alzarmi la mattina presto, dopo una notte di pioggia e senza vento, per andare alla loro ricerca. Di cosa sto parlando? Ovviamente dei funghi. In generale, li adoro. Principalmente, le brise (meglio note come porcini) da mangiare crude, i finferli per il risotto e le finferle con i chiodini per il misto sott’olio.
Allora, io mi sono dilettato con un classico della cucina delle mie zone. Le tagliatelle all’uovo con i finferli.
Per le tagliatelle (dose per 2 persone) ho usato 200 g di farina tipo 2 (farina interessante, semi integrale, si trova nei negozi di prodotti naturali), 2 uova grandi, un cucchiaio di olio di oliva, un pizzico di sale. Mescolate il tutto, ottenendo un impasto omogeneo. Lasciatelo riposare avvolto dalla pellicola trasparente per un quarto d’ora, almeno.
Approntate la vostra Imperia, con cui tirerete fino al penultimo livello la pasta e poi la taglierete a tagliatella. Se avete la parte della macchina che fa i tagliolini e le tagliatelle non serve spiegare altro. se non l’avete, allora versate un velo di farina di grano tenero sulla pasta tirata. Arrotolatela senza fare pressione e, aiutandovi con un coltello affilato, tagliate le vostre tagliatelle, avendo l’accortezza di “slegarle” in fretta, evitando così che si attacchino.
Per i funghi, prendete tre etti di . Puliteli bene, evitando di tenerli sotto l’acqua più che potete. L’acqua rovina i funghi, ahimè. Io non mi sono preoccupato di tagliarli a pezzi: i finferli sono già abbastanza piccoli e sono gustosi così, secondo me.
Preparate un leggero soffritto con uno spicchio d’aglio, olio e una noce di burro. Aggiungete i finferli, fateli andare, mescolandoli con attenzione per circa mezz’ora a fuoco dolce. Aggiungete un po’ di prezzemolo tritato. Spento il fuoco, lasciate che riposino.
Fate bollire l’acqua, salatela e aggiungete la pasta. Togliete le tagliatelle dopo 3 o 4 minuti. Mettetele in una padella larga con un filo di olio e mezzo mestolo di acqua di cottura. Coprite con i funghi. Fate amalgamare tagliatelle e funghi mescolando piano, e fate asciugare l’acqua.
Servite con un po’ di prezzemolo fresco appena tritato.
L’autunno è servito!

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Come al solito, non può mancare la musica. Ecco un brano dei Catamaran, distribuiti dalla Gold Robot Records, un’etichetta indipendente di Oakland, California. Il brano si intitola «Goth Creep». Sul loro Soundcloud potete scaricarlo, insieme ad alcuni remix. Fatemi sapere cosa ve ne pare!

L’arrosto di vitello

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Oggi mi piacerebbe parlarvi di questo mio arrostino di vitello. Si tratta di un piatto leggero, nutriente e di grande soddisfazione per la tavola e i commensali. Certo, il vitello non è la carne più economica che ci sia, ma cerchiamo di fare qualche strappo alle tasche. Anche perché altrimenti ci rimangono solo pollo, tacchino e maiale…

Torniamo al nostro arrosto. Per la parte di vitello, fatevi consigliare dal vostro macellaio. Evitate il girello, molto magro, ma che rischia di diventare stopposo (va bene per il vitello tonnato, ma non per un arrosto); se ricordo bene, questa era una punta di scamone. Bene, legate con lo spago la vostra carne, infilando sotto la legatura un paio di rametti di rosmarino e qualche foglia di salvia. Massaggiate il pezzo con il sale fino. Mettetelo in padella dai bordi un po’ alti per la rosolatura su tutti i lati con burro, olio e un paio di spicchi di aglio. Sfumate con un bicchiere di vino bianco e poi tutto in forno con delle patate tagliate a tocchi e qualche bicchiere di brodo vegetale.

Cuocete a 180 °C per circa 45 minuti, fino a quando avrà raggiunto la temperatura al cuore di circa 70 °. Per misurare la temperatura, esistono in commercio degli ottimi e pratici termometri per alimenti. Ve la caverete con meno di 15 euro.

Ok, terminata la cottura, tagliate lo spago e lasciate la carne a raffreddare e a riposare in un piatto.

Nel frattempo, innanzitutto filtrate il sughetto rimasto in padella (dopo aver tolto le patate). Lo userete per condire sopra il piatto. Prendete degli asparagi verdi (3 a testa) e tenete solo le punte. Pelateli e metteteli in una padella con del burro a cucinare per circa 10 minuti. Al termine, aggiustate di sale.

Prendete delle carote, pelatele e mettetele in una pentola con acqua bollente salata. Aggiungete un cucchiaio di olio, dei rametti di timo e un cucchiaino di zucchero. Dopo 20 minuti le carote sono pronte e caramellate.

Ora potete servire, mettendo nel piatto qualcuna delle patate, un paio di fette di arrosto dello spessore di mezzo centimetro, una carota e i 3 asparagi. Versate sopra un po’ del sughetto dell’arrosto.

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Ok, e ora la musica. Qui, la canzone «Sleeping Ute» dei Grizzly Bear, tratta dall’imminente nuovo album.

Il brano è proposto dalla loro casa discografica attraverso un video, anche se non ci sono immagini se non il frame con il nome del gruppo… Mah! In ogni caso, grandissimo pezzo!

Il risotto alla salsiccia di Bra

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È un po’ il riso alla pilota di mantovana tradizione. Ma un po’ no. Anzi, forse del riso alla pilota mantiene solo una certa vaga assonanza e somiglianza estetica. Qui trattasi di vero e proprio risotto nella cottura, con l’aggiunta della salsiccia di Bra sbriciolata e leggermente scottata nella pentola in cui è stata soffritta la cipolla e aggiunto poi il riso per la tostatura. Del risotto abbiamo più volte discusso. quindi, non servirà ripetere dei motivi per cui va fatta una perfetta tostatura dei chicchi. Ecco, va detto magari che il riso alla pilota prevede la cottura del riso in acqua, mentre la salsiccia (la salamella, nella tradizione) va fatta soffriggere in poco burro. Diciamo, piuttosto, che la salsiccia di Bra essendo realizzata con carne di manzo e grasso di maiale è sicuramente più delicata della salamella. Per non sovrastarne l’aroma con il condimento, mi sono limitato a un goccio d’olio che accompagna anche il soffritto di poca cipolla. Sfumato poi nel solito bianco. Ecco, il risotto alla salsiccia di Bra è un risotto con una squisitezza (la salsiccia di Bra, appunto), che non aspira a essere un quasi risotto alla pilota, ma si propone per un risotto nuovo e grazioso nei sapori.

La salsiccia di Bra, che viene prevalentemente mangiata cruda, è un insaccato di estrema delicatezza, per cui, se si vuole rispettarne il sapore, meglio usare nella cottura del risotto un brodo vegetale non troppo forte.

Alla fine, nella mantecatura, un pezzetto di burro e un po’ di Parmigiano grattugiato.

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Music now, for the future!

La Stroll On Records pubblica sul suo Soundcloud un bel mix per l’estate. Ascoltatevelo clap your hands, stamp your feet and shake your booty!

La mia tart al rabarbaro

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Dando seguito a richieste pressanti che mi venivano da casa, mi sono cimentato con il rabarbaro. Trattasi di un vegetale pressoché sconosciuto (perlomeno nella sua forma originaria) nelle nostre zone. anche se è noto per il suo uso nei liquori amari (da questo forse la credenza che il rabarbaro sia amaro). Mentre è usato in cucina in moltissimi modi nei paesi del nord Europa, soprattutto Inghilterra e Irlanda (capito, Rick?). Be’, a vederlo il rabarbaro è bellissimo. Ha la forma dei gambi di sedano, ma ha una buccia dal bel colore rosso aragosta. Una volta sbucciato (così come si fa con il sedano, appunto), la parte interna è bianco verde, dalla consistenza spugnosa e coriacea, simile a quella della canna da zucchero. Ha un leggero profumo come di mela acerba e al gusto è estremamente delicato.

Ora, attratto da questo vegetale, mi sono dilettato in una piccola torta o tart, come mi piace chiamarla a “la francese”, poiché è di frolla ed è bassissima.

Allora, prendete 3 gambi di rabarbaro. Sbucciateli e tagliateli a tocchetti larghi 2 cm circa. Prendete un limone non trattato e tagliate un paio di strisce della scorza (solo la parte gialla). Prendete una mezza stecca di cannella.

Ora, in una pentola, mettete 4 cl di acqua e 120 g di zucchero (se avete quello liquido è più comodo). Scaldate l’acqua a fuoco basso mescolando per far sciogliere lo zucchero. Poi aggiungete la cannella e il limone e fate sobbollire. Poi il rabarbaro. Fate bollire con la pentola coperta a fuoco medio per circa 5 minuti. togliete dal fuoco e lasciate riposare un quarto d’ora. A quel punto il rabarbaro dovrebbe essere tenero. Scoperchiate e lasciate raffreddare.

Intanto fate la vostra frolla. In un miscelatore (ma potete, come sempre, farla a mano) mettete nell’ordine: 80 g di farina 00 e una presa di sale (mescolate); 60 g di burro da frigo tagliato a tocchetti (mescolate); 30 g di zucchero di semola e 2 tuorli di uova (mescolate); 1 cucchiaio di acqua fredda (mescolate: se la pasta fosse troppo dura, aggiungete un po’ d’acqua). Fate una palla e poi un disco. Mettetela nella pellicola trasparente e lasciatela in frigo almeno mezz’ora.

Toglietela e mettetela su della carta da forno in una tortiera con il bordo apribile. Vi troverete un disco spesso circa 2 mm con un diametro di 1|2 cm più ampio del fondo della tortiera: l’eccedenza vi servirà da cornicione rialzato (per usare un termine caro ai pizzaioli) della vostra tart. Fatela cuocere nel forno preriscaldato a 180 °C. Dopo circa 10 minuti, toglietela e foratela qua e là con una forchetta e spennellate il fondo con un paio di cucchiai di marmellata. Io ho usato quella di ciliegie della tenuta Serego Alighieri: squisita. Rimettetela in forno altri 10 minuti. Attenzione a non farla bruciare, ovviamente.

Toglietela dalla tortiera e mettetela a raffreddare in frigorifero. Dopo una mezz’ora, toglietela e farcitela con i pezzetti di rabarbaro, che saranno stati accuratamente scolati dal liquido. Quello stesso liquido, poi, dal quale avrete tolto le bucce di limone e la cannella e che avrete fatto addensare sul fuoco riducendolo di un terzo fino a ottenere uno sciroppo denso, lo userete per coprire la farcitura della tart.

Bene, ora in frigorifero ancora è pronta per essere mangiata!

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Arriviamo alla musica. A proposito di Irlanda, ecco l’ultimo brano dei Girls Names, che sarà a breve pubblicato dalla Tough Love Records. Il brano è «A Troubled See». Gustatevelo e comprate il disco 🙂

 

Little chicken strikes again (ovvero il ritorno del galletto)

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Riecco il galletto, che mi rende così ghiotto!

Non ci sono particolari diffewrenze da quello che già vi ho proposto, se non nei contorni. Ma anche qui, le carote glassate (cotte in acqua gelata e burro insieme, fino alla consunzione della prima e quindi lasciate glassare nel secondo) e le patate allo zafferano (lessate e poi ripassate in burro, brodo e zafferano)sono note a chi legge il blog. Il galletto l’ho preparato in una nuova padella di una ditta tedesca. Devo dire eccezionale. Non la solita padella antiaderente, ma una lega di titanio che mantiene a lungo il calore, necessita di fiamma bassa per arrivare ad alte temperature, si pulisce perfettamente solo con un po’ di carta assorbente… Insomma, un mezzo miracolo 🙂

A parte questo, il procedimento è sempre lo stesso: rosolatura in padella con olio e burro del polletto (strofinato in precedenza con olio sulla pelle, sale e pepe) unendo salvia, rosmarino, alloro, bacche di ginepro schiacciate, aglio a tocchetti. Poi sfumata con abbondante vino bianco secco.

Poi, in forno a 180 °C, 15 minuti per lato. Unite qualche cucchiaio di brodo vegetale, se si asciuga.

Tolto dal forno, abbiate l’accortezza di toglierlo dalla padella e metterlo in un piatto per 10 minuti, prima di tagliarlo.

Nel frattempo, raccogliete il sughetto dalla padella, filtrandolo. Aggiungete un cucchiaio di farina e del brodo vegetale e fate cucinare per 5|10 minuti, mescolando continuamente. Aggiustate di sale, se necessario.

Avrete così la vostra salsa “gravy” per condire il pollo.

Impiattate con le due verdure.

Ritorniamo all’angolo del musicofilo.

Si può sostenere un’etichetta deliziosa, che sta passando qualche momentaccio? Io penso di sì.

Ecco quindi cosa dicono nel loro sito, prima luogo d’acquisto di tapes in un un mondo very low-fi.

L’etichetta si chiama Wonder Beard Tapes. Bontà loro, sul loro Soundcloud, troverete molti pezzi dei loro precedenti artisti.

WE’LL BE BACK

After some shitty months of financial, social and mental hardship things are starting to take shape again.
These things take time, and for that I apologize.
All back-orders should be shipped. If you are missing an order please reach out and I’ll make it right.

details.. questions.. concerns.. complaints..
wonderbeardtapes@gmail.com

Intanto, qui 3 pezzi dei Ghibli. E buon’estate a tutti!

Le mie crepès

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Ciao, cari! Tornano i grandi classici della cucina delle nostre mamme. Io ho sempre adorato le crepès, sia dolci sia salate. E per la seconda versione, le mie preferite sono le classiche, ripiene di spiaci e ricotta, con la salsa di pomodoro e la besciamella.

Qui non c’è molto da spiegare. Questa è una di quelle ricette che ti vengono perché le hai sempre fatte. Le faceva la mamma, tu le hai fatte insieme a lei, ora te le fai ogni volta che ti va.
Facciamo uno sforzo per individuare un po’ di dosi. Queste sono per 8 crespelle.
Prendiamo 2 uova, le mettiamo in un recipiente piuttosto grande e le sbattiamo. Aggiungiamo 150 g di farina 00 setacciata e mescoliamo, evitando i grumi. Aggiungiamo mezzo litro di latte. Poi 2 prese di sale. Mescoliamo bene e lasciamo riposare per 30 minuti.
Prendiamo una padellina con fondo antiaderente. Ci sono in commercio quelle specifiche, che hanno dimensioni e conformazione perfette.
Ungiamo il fondo con un po’ di burro (attenzione, il fondo ha solo un velo di grasso) e, aiutandoci con un mestolino o con un cucchiaio grande, spargiamo sul fondo della padella una buona dose del liquido per le crespelle. Per versare, si parte dal centro verso l’esterno, con un movimento circolare continuo. Dovreste farcela in 3 giri. La crespella non si deve attaccare, si deve cuocere il giusto e va girata una sola volta. Facile, no? Scherzo, non lo è, ma bisogna fare quel po’ di esperienza che fa la differenza.
Le crespelle, una volta fatte, le lasciate da parte, in un piatto, una sopra l’altra.
Per il ripieno. Prendiamo 250 g di ricotta e altrettanti di spinaci. Questi ultimi li cucineremo al vapore, li strizzeremo per bene e li triteremo finemente.
Poi li mescoleremo con la ricotta, a cui aggiungeremo 25 g di Parmigiano Reggiano grattugiato, noce moscata a piacere e un po’ di sale e pepe.
Con un cucchiaio ci aiuteremo a fare dei cannoli con le crespelle ripieni di questo composto.
Per il condimento, faremo una salsa di pomodoro. E qui c’è poco da spiegare. Ognuno la fa a modo suo, compatibilmente con le stagioni e con i pomodori che si trovano. In questi giorni, io prendo i pomodori peretta, li cuocio in una pentola di terracotta con olio e due spicchi d’aglio, quando sono esausti li passo al passaverdura fine e rimetto la salsa ottenuta nella pentola di coccio per un paio d’ore per la seconda fase della cottura. Solo alla fine, a fuoco spento, aggiungo basilico e aggiusto di sale. Ovviamente il tutto avviene a fuoco bassissimo.
Per la besciamella, ricetta classica: 50 g di burro in una pentola. Fatti sciogliere, aggiunti 50 g di farina. Amalgamato il tutto per 5 minuti fate cucinare, aggiungete poi 50 cl di latte. Sempre con la frusta, continuate a mescolare per una mezz’ora, salando e aggiungendo un po’ di noce moscata, se vi aggrada.
In una pirofila, fondo di burro spalmato a crudo, sopra 4 crespelle ripiene, sopra la salsa di pomodoro e poi la besciamella. Secondo strato, ripetere l’operazione. On the top aggiungete del Parmigiano Reggiano grattugiato abbondante. Qualche fiocco di burro e via in forno preriscaldato a 180 °C.
Quando sfornate, fatevi sotto, qualche foglia di basilico, un filo d’olio e il piatto è pronto 🙂

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Per la musica, ecco il brano della settimana. Non è il mio genere. È un pezzo di house prodotto da uno svedese, che secondo me in molti balleranno quest’estate. Ecco il video di AVICII con «Silhouettes». David Guetta docet.

Crema di carote (v.01 e v.02)

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Siamo nella normalità, ma anche la normalità fa bene. Soprattutto quando fuori soffia il vento, scoppia la bufera, la terra trema e – insomma – pare proprio che di normale non ci sia un granché.
Ergo, anche per fare un po’ di “svuota frigo”, vista l’eccedenza di carote causata da un acquisto doppio, ho pensata questa crema. Per variare, eccone 2 versioni in un colpo solo. Le dosi sono per 4.
Presi 600 g di carote sbucciate, lavate e tagliate a pezzetti. Presa una patata grande vecchia di circa 300 g, pelata, lavata e tagliata a tocchi. Presa una cipolla bianca e tagliata a tocchi. Preso un mazzetto di odori (timo, alloro) legati assieme. Presa ua pentola con un litro e mezzo d’acqua e un po’ di sale grosso (poco, perché si aggiusta dopo) oppure brodo di verdure se ne avete in avanzo. Fatto bollire il tutto per circa mezz’ora (la mezz’ora la conto da quando bolle l’acqua, ovviamente).
Frullato il tutto con il mixer.
Versione 1.
Direttamente nella ciotola con mezzo peperoncino tritato, una spruzzata di curry e un filo di olio.
Versione 2.
Presa mezza cipolla bianca, tritata finemente e messa a soffriggere con un pezzo di burro, un cucchiaino di zucchero e un pizzico di sale. Dovrebbe ammorbidirsi, caramellando, senza diventare bruna.
Aggiunta sopra la crema, precedentemente mescolata con della polvere di cannella.
Ovviamente, questa operazione è stata necessaria per fare le 2 versioni. Nel caso della versione 2 soltanto, la cannella in stecca va messa nella pentola dall’inizio della cottura.
Ed ecco fatte le creme di carote. Facili e salutari.
Ciauz da Stefanauz!

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Per l’appuntamento con la musica, vi propongo un gruppo che mi sta a cuore. Si tratta del duo Eternal Summers, che ora ha aggiunto un bassista, diventando a tutti gli effetti un trio. Il brano che ascoltate qui è «Millions», il singolo che anticipa l’uscita del nuovo album «Correct Behavior» che potete acquistare direttamente dalla Kanine Records.

Calamari farciti al riso selvaggio

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Rieccoci alle prese con un classico della cucina di Michel Roux jr., cioè i calamari farciti al riso selvaggio o, come direbbe lui, “calamars farcis aux riz sauvage”.
Questa ricetta l’ho vista fare a Masterchef Professionals, l’ho imitata aiutandomi con il video e un po’ a naso. Il risultato è ottimo, ma per le quantità vi darò quelle corrette, altrimenti vi ritroverete come me con un sacco di ripieno inutilizzabile ( io ci ho fatto delle polpette, ma questa è un’altra storia).
Tanto per cominciare, prendete 2 calamari un po’ grandi. Circa 25 cm di lunghezza. Devono essere freschissimi, ovviamente. Togliete la pelle e puliteli bene; togliete anche i tentacoli (dai quali estrarrete il rostro) e teneteli da parte.
Prendete 40 g di riso selvaggio (è di un colore scuro, tra il rosso e il bruciato, con una forma allungata) e mettetelo in ammollo per alcune ore (3-4 ore bastano).
Preparate del burro all’aglio, amalgamando 50 g di burro a temperatura ambiente con uno spicchio di aglio ben schiacciato, un po’ di pepe e di sale, nonché un cucchiaio di succo di limone. Il composto avvolgetelo nella pellicola come fosse una caramella e riponetelo in frigorifero.
Tagliate a quadratini piccolissimi (2-3 mm di lato) un terzo di peperone rosso, mezza gamba di sedano e mezza cipolla. Soffriggete queste verdure in padella con un po’ di olio, fino a farle diventare ben tenere.
Preparatevi per una cottura pilaf del riso. Mettete in una pentola che vada in forno (io uso una pentola abbastanza capiente di Pyrex con il coperchio) le verdure, il riso scolato e coprite con del brodo di pesce. Mettete in forno a 200 gradi per 45 minuti, fino a che sarà cotto e il brodo assorbito.
Ok. Ora prendete una trentina di cozze e mettetele in una padella scoperta con dell’olio e un bicchiere di vino bianco secco. Fate cucinare fino a che tutte le cozze saranno ben aperte e i molluschi rassodati.
Toglieteli dal guscio e lasciateli da parte. Tenete anche il sughetto che avranno fatto in cottura.
Avete il riso cotto sotto mano? Bene, fatelo intiepidire e aggiungete un tuorlo d’uovo. Mescolate bene. Assaggiate: deve essere perfetto di sale e pepe. Mi raccomando: come dice lui il riso non dev’essere né troppo duro né troppo lento.
Aiutandovi con un cucchiaino (lui usa un cucchiaio, ma mi sembra scomodo e rischiate inutilmente di rompere la sacca), riempite bene il calamaro con il riso e le verdure. Quando è pieno fino a 2 cm dal margine, fissate con uno stuzzicadenti, passando il calamaro.
Preparate una padella capiente con i bordi abbastanza alti per metterci dentro del brodo di pesce (Michel Roux usa il brodo di aragosta, ma non credo che abbondi nelle nostre case…), un paio di cucchiai di concentrato di pomodoro (o della passata, serve per dare un po’ di rosso al sugo e per dargli quel bell’aroma di pomodori, appunto), il sugo delle cozze e – quando bollirà – ovviamente i nostri calamari.
Fateli cucinare per 8 minuti.
Intanto, in una padellina con un filo d’olio salterete velocemente i tentacoli separati l’uno dall’altro.
Ci siamo, non dubitate 🙂
In un pentolino, mettete il burro all’aglio e a fuoco basso fatelo sciogliere, aggiungendo le cozze. Alla fine anche una manciata di prezzemolo tritato.
Togliete dal sugo i calamari e fateli intiepidire, mentre i piatti staranno al caldo.
Questo passaggio ci serve per far solidificare un po’ il ripieno.
Tagliate il calamaro in 4 fette, ponete nel piatto, aggiungete i tentacoli scottati, un pugnetto di cozze, un filo di sugo rosso e i calamari ripieni al riso selvaggio sono serviti!
Se qualcuno pensa di poter aggiungere o modificare qualcosa di questa ricetta, mi scriva!

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E per la musica?

Vi lascio con uno dei miei gruppi preferiti, che mi accompagna durante le mie passeggiate: si tratta dei Cloud Nothings, qui con il singolo «No Future / No Past», tratto dal loro recente album «Attack On Memory».